Caro Don Giacomo,
Non è mia abitudine scrivere ai giornali e prendere posizioni di questo tipo, ma questa volta voglio fare un’eccezione, affinché, quando tutta questa tristissima vicenda avrà perso gli onori della ribalta, tu non possa dire: neanche una voce si è levata, non tanto a mia difesa, quanto a considerazione delle umane miserie. Ovviamente non sono in grado di valutare nel merito quanto hai fatto (dicono ci siano prove inoppugnabili) ed è giusto che la giustizia faccia il suo corso, anche se devo dire, rischiando l’impopolarità,– contrariamente a tanti che lo pensano e non lo dicono - che ho ben poca fiducia nella giustizia degli uomini, oggi, nel nostro Paese. Alcuni sentimenti tuttavia vorrei condividerli e fare in modo che tu sappia che sono stati espressi in tempo reale, con il cuore piuttosto che con la mente, mentre “infuria la battaglia”, quando è più ciò che non è chiaro di ciò che lo è, con il conseguente rischio di prendere posizione quando tutte le tessere sono ancora in movimento e con piena assunzione di ogni responsabilità in merito.
La prima cosa è questa. La barbarie delle nostre relazioni sociali, a svariati livelli, ha ancora una volta espresso il meglio di sé; certo non è la prima volta, ma quando brucia sulla nostra pelle, la lacerazione è insopportabile, anche se devo dire che, questa mattina, leggendo l’intervista ad un quotidiano del babbo della ragazza coinvolta, così seria, così vera, così prudente, così equilibrata, mi sono un po’ riconciliato con i miei simili.
La seconda cosa è questa. Caro Don Giacomo, hai sbagliato, certamente sbagliato! Hai tenuto un comportamento riprovevole, indegno di un presbitero così esposto per le tante responsabilità e i tanti incarichi ricoperti, sei stato di scandalo/inciampo per quanti ti hanno sempre considerato un modello e per quanti avevano magari da ridire su di te, ma pedofilo no! Pedofilo è altra cosa…non scherziamo! E non c’entra niente il fatto che la fattispecie giuridica al di sotto di una certa età non faccia differenza. Mi rifiuto non solo di credere ma appena di sfiorare il pensiero che tu sia un pedofilo. I miei figli sono cresciuti con te; in vent’anni di ministero hai frequentato migliaia di ragazzi e ragazze, hai seguito vocazioni, hai fatto cose importanti per la comunità ecclesiale! Ho sentito quasi esclusivamente apprezzamento e plauso, magari anche qualche riserva, ma solo pastorale e le ragazze non c’entrano affatto. Non è possibile che tutto questo sia inopinatamente e completamente azzerato da un momento di follia. Per me e la mia famiglia non lo è: quello che hai fatto per noi rimane e non si cancella.
Ancora. La tua tristissima vicenda mi porta ad interrogarmi (e spero non solo me) sulla responsabilità della Comunità Cristiana, che, forse ( lo dico prima di tutto a me stesso, sommessamente e in grande umiltà) non ha saputo intercettare in tempo la solitudine, il disagio, la fragilità di chi ha deciso di investire tutta la vita per gli altri e spesso (non mi interessano le cause) non si trova attrezzato né strutturato per affrontarne le conseguenze. Non è necessario andare lontano per rendersi conto che la solitudine del presbitero è un problema serio, probabilmente irrisolvibile (ci sono di mezzo le storie personali, il discernimento vocazionale, i seminari) ma su cui, altrettanto probabilmente, potremmo fare tutti di più. Auspico nei confronti dei nostri presbiteri la stessa sollecitudine che abbiamo per i nostri figli, sulla cui vita, sulla cui devianza, sulla cui felicità e sul cui futuro siamo disposti ad investire tutto.
Infine. Caro Don Giacomo accetta con serenità il giudizio che la legge degli uomini del nostro Paese emetterà su di te, sperando che lo faccia in tempi non intollerabili, nella consapevolezza che la tua giovane età ti offre un'altra chance e che tante persone ti vogliono bene e sono ansiose di riabbracciarti con l’atteggiamento e “lo spreco” del padre della parabola, prodigo più del figlio, che per un attimo, ma solo per un attimo, aveva perduto.
Fano, 17 luglio 2012
Giorgio Magnanelli